Abbazia di
Santa Maria in Piano (monumento nazionale)
Costruita sulla sommità della collina in posizione opposta
al Castello, secondo alcuni nello stesso sito in cui
anticamente si ergeva un tempio pagano dedicato ad Apollo.
Al dio era sacro l’alloro e i suoi luoghi di culto erano
circondati da boschetti di quella pianta; questa ipotesi non
è ancora stata adeguatamente documentata e la toponomastica
locale (Salita Montelauro) suggerisce spunti per ulteriori
studi.
La prima notizia di cui disponiamo è un documento risalente
al 1066 e parla di una donazione di Tasso Normanno alla
chiesa di S. Giovenale, che era una grangia annessa a San
Pietro. Con l’ampliamento dei suoi possessi territoriali, la
chiesa eleva la sua condizione a badia nullius,
caratteristica che consentiva una posizione giuridica
distinta rispetto alle curie episcopali, sottoposta alla
diretta protezione della Santa Sede.
La struttura architettonica si articola in un insieme di
elementi sovrapposti in epoche differenti: il disegno
attuale della chiesa risale ad un intervento avvenuto nel
XVI sec. È di questo periodo la costruzione del loggiato
anteposto alla facciata originaria, caratterizzato da due
belle trifore sorrette da sottili colonne sormontate da
capitelli a fogliame ricurvo. Cinquecenteschi anche i due
portali, voluti dall’abate Giovanni Battista Umbriani: il
portale d’ingresso alla chiesa presenta una cornice di
inquadramento ripiegata in basso, con lesene ai lati
scolpite a candeliere e terminanti con il simbolo dell’Universitas
Laureti (la vasca con le colombe e il ramoscello di ulivo).
Il fregio intagliato ospita al centro lo stemma dell’abate
Umbriani, al di sopra della cornice il coronamento è formato
da un archivolto semicircolare con all’interno lo stemma dei
Borboni. Interessante anche il portale che dava accesso alla
parte inferiore della chiesa (lungo Salita S. Pietro), che,
oltre a presentare elementi costruttivi di buona fattura
scultorea (colonna scanalata, capitelli e archivolto), reca
nella base delle colonne due iscrizioni che attestano la
datazione dell’intervento al 1534.
La chiesa di S. Maria in Piano, già isolata dal nucleo
medievale di Loreto Aprutino come tanti esempi di chiese
romaniche disseminate sul territorio abruzzese, ora aggrappa
a sé la nuova espansione urbana. Si ipotizza che sia stata
costruita sul sito dove era eretto un tempio pagano,
dedicato alla Pia Jana le cui origini risalirebbero al tempo
dei latini colonizzatori.
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Con frequenza si riscontra che le chiese venivano fondate sul
luogo di preesistenti templi romani, sia per la possibilità di
recupero di materiali da costruzione, sia per rendere
simbolicamente visibile il sopravvento del mondo cristiano su
quello pagano. Conferma tale tesi il rinvenimento (sotto il
pavimento della chiesa) di una necropoli con tombe ricche di
corredo funerario del IV sec.d.C., datazione attribuita in
seguito alla presenza di alcune monete di epoca costantiniana.
Le prime notizie certe sono presenti in un documento di
donazione (datato 962) della chiesa di Santa Maria in Piano
all’abbazia benedettina di San Bartolomeo. |
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Nel 1186, l’edificio subì un incendio: un secolo dopo,
grazie anche al contributo del popolo, venne ricostruito
interamente; a quell’epoca risale la profonda aula gotica,
divisa in campate mediante arconi trasversali a sesto acuto
derivanti, per tipologia, dallo stile delle chiese
borgognone, mediato attraverso la Toscana e l’Umbria: la
realizzazione è attribuibile a maestranze provenienti da S.
Clemente a Casauria.
La copertura a capriate a vista reggenti pianelle è decorata
con motivi geometrici; la pavimentazione è in cotto. Nel
1558 l’abate Giovanni Battista Umbriani, patrizio di Capua,
fece restaurare la chiesa e sostuì l’abside semicircolare
con l’attuale forma ottagonale, culminante con un lucernario
cieco. Alla facciata originale antepose un portico rialzato
con quattro archi sul fronte e rispettive edicole con
fastigia orizzontali.
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Il portale di ingresso è a sesto acuto riccamente decorato con
motivi floreali; nella lunetta, l’affresco raffigurante la
Pietà. Ai lati, su colonne a spina concluse da architrave, sono
evidenti gli stemmi dell’abate Umbriani e del comune di Loreto.
Per garantire il deflusso dei fedeli sul lato destro della
chiesa, l’abate fece aprire un nuovo portale realizzato in
laterizio e, negli stessi anni (1560), portò a termine il
campanile: alla base quadrata medievale fu aggiunto un elemento
ottagonale chiuso da una cuspide; l’opera sarebbe da attribuire
a maestri lombardi (o di Atri).
Bellissime le bacinelle smaltate e le finiture delle colonnine
pensili, allungate fino a formare un loggiato cieco.
All’interno della chiesa, pareti affrescate ricoprivano gran
parte delle superfici murarie. Oggi restano solo gli affreschi
della campata del lato destro, diversi per mano, stile e
tecnica, databili dal XIV al XVI sec. Le scene pittoriche
illustrano racconti devozionali di santi e apostoli: la quinta
campata è dedicata a San Tommaso d’Aquino. |
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L’importanza della chiesa di Santa Maria in Piano è dovuta
principalmente al dipinto della controfacciata, ritenuta per le
dimensioni, una delle più grandi d’Abruzzo. Eseguita con la
tecnica ad encausto (colori sciolti nella cera e riscaldati al
momento di dipingere) tratta il tema del Giudizio Particolare:
visione dell’oltretomba che Alberico da Settefrati (XII sec.)
ebbe all’età di sette anni prima di indossare il saio e che
l’ignoto mastro dipinse dalla traduzione della Visio Frate
Alberici, conservata nel codice 239 nell’abbazia di Montecassino.
Originariamente l’affresco occupava tutta la parete, le scene si
sviluppano seguendo tre livelli distinti: sulla parte superiore,
in un fondo azzurro intenso che rappresenta il settimo cielo sta
la Deesis circondato da un volo di angeli; racchiusa in un iride
elittica bianca, rossa e verde troneggia maestoso il Cristo
Giudice. |
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In quello centrale è rappresentata l’Etimasia, sotto la
grande croce figurano, sull’altare del sacrificio, tutti gli
strumenti della Passione del Signore, in adorazione San
Domenico, San Franceso, Sant’Agostino. Scendendo ancora, le
scene dell’inferno, di cui restano deboli tracce, un leone e
il demone: mentre la parte superiore del Limbo è andata
persa a causa dell’inserimento nel XVII sec. della cantoria.
La composizione dell’encausto si conclude con la
rappresentazione della prova del Ponte del Capello: posto
sopra il fiume di pece bollente, il ponte viene attraversato
dalle anime ignude, coloro che superano la prova vengono
accolte da un angelo svolazzante che le indirizza a San
Michele Arcangelo che le soppesa (Psicostasia). |
Il motivo del “Ponte della Prova” è comune alle “Visioni”
sia orientali che occidentali, ma la sua rappresentazione in
Loreto è pressocchè unica.
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Di recente
acquisizione da parte della Regione Abruzzo è la Collezione
Acerbo di antiche ceramiche, composta di circa 600 pezzi, opera
delle più importanti famiglie artistiche di Castelli e di
maestri di altre provenienze tra ’500 e ’800. Il pezzo più
antico è rappresentato da un mattone proveniente dal soffitto
rinascimentale della chiesa di San Donato a Castelli,
raffigurante un busto di donna di stile faentino.
Collocato in
un punto particolarmente suggestivo dell'antico centro di Loreto
Aprutino (Pescara), all'ombra di architetture rinascimentali e
dell'antico palazzo Acerbo, il Museo fin dal 1957 (primo anno di
inaugurazione) si afferma come
uno dei più completi ed interessanti |
esempi di
collezione atto a documentare la produzione regionale di
maioliche compiuta tra i secoli XVI e XIX. Nel 1978 la
collezione è oggetto di una schedatura voluta dal Ministero
dei Beni Culturali, che fu curata da Luigi Carlo Tereo e con il
passare degli anni diviene sempre più difficile poterla
visitare, tanto da portare le istituzioni locali ad
intervenire con l'acquisizione della stessa ripristinando
così una corretta fruizione e valorizzazione. Il 19 Febbraio
2000, dopo una cerimonia di inaugurazione, il Museo Acerbo
ha riaperto stabilmente le proprie porte a tutti coloro che
sono interessati alle antiche maioliche o hanno il desiderio
di avvicinarvisi per meglio apprezzarle e comprenderle.
E' il profondo interesse verso le memorie patrie e per le
antiche maioliche castellane che ha indirizzato il barone
Giacomo Acerbo dell'Aterno ad assemblare, con gusto ed
infaticabili ricerche, la sua mirabile collezione, di circa
600 pezzi (vasi, fiasche, albarelli, piatti, mattonelle,
statuine ecc.), che ancora oggi si offre agli sguardi
estasiati di studiosi e visitatori provenienti da ogni parte
del mondo.
Nato a Loreto il 25 Luglio 1888 da Olinto e donna
Mariannina, discendente da un'antica famiglia nobile
abruzzese, il giovane barone non tarda a distinguersi per le
sue attività sociali e culturali, che lo portarono a
ricoprire importanti e prestigiose cariche in ambito
politico, accademico e sportivo. Agli inizi degli anni
trenta accresce una già iniziata raccolta familiare di
antiche maioliche abruzzesi, incrementandola in seguito tra
il 1936 ed il 1938, con l'acquisizione di tre altre storiche
raccolte appartenute alle famiglie Aliprandi de Sterlich di
Penne, Quartapelle di Teramo e Bonanni di Ortona. Ulteriori
prestigiose acquisizioni pervennero da altre importanti
collezioni come la Philipson-Rothschild di Firenze e la
raccolta Manieri dell'Aquila.
Diverse opere gli furono donate sporadicamente nel corso
degli anni da alcuni suoi amici. Ricordiamo, tra questi, la
contessa Pecori Giraldi che gli donò una piccola coppetta
raffigurante L'Immacolata, ed il suo amico Cesidio
Guazzaroni che acquistò per lui sul mercato antiquario
moscovita una mattonella raffigurante la caccia all'orso; e
l'abate Augusto Nicodemi che gli donò un mattone maiolicato
cinquecentesco proveniente dalla cona di S. Donato a
Castelli.
Vista l'importanza acquisita nel tempo dalla collezione, nel
1942 venne redatto un primo catalogo per la distribuzione in
biblioteche e musei, e sottoposta alla notifica. A quel
tempo la stessa era conservata nella villa di famiglia a
Caprara (Pe) che venne occupata e depredata dagli eserciti
stranieri durante gli ultimi turbinosi anni della guerra.
Fortunatamente il proprietario pochi mesi prima si preoccupò
di imballarla e di nasconderla sottoterra, ma queste misure
non furono sufficienti a preservarla da furti e saccheggi
perpetrati persino dagli abitanti del posto. Alla fine degli
eventi bellici attente ricerche svolte in Italia ed
all'estero in collaborazione con l'Interpool permisero il
parziale ritrovamento dei pezzi sottratti. Nei primi anni
cinquanta si decise di trasferire la raccolta a Loreto
Aprutino, in una dipendenza del palazzo di famiglia
ristrutturata appositamente per accoglierla. I lavori
seguiti personalmente dallo stesso barone e dalla moglie
donna Giuseppina, vennero affidati all'architetto ingegnere
Leonardo Palladini che si occupò della sistemazione delle
maioliche nelle sale. Inoltre, avvalendosi dell’aiuto di
abili maestranze, riuscì a dare al complesso architettonico
una connotazione stilistica che ben si inserisce nel
contesto architettonico storicizzato che la circonda. Da
alcuni documenti conservati nell'archivio di casa Acerbo, si
evince che particolari attenzioni, vennero riservate in
questa fase di allestimento del museo a riguardo della
scelta dei materiali sia per gli interni che per gli
esterni. Il pavimento in cotto con inserti di mattonelle in
maiolica, ispirate alle decorazioni del chiostro di S Chiara
a Napoli, venne realizzato da maestranze napoletane, ed il "portoncino"
in rovere nel disegno del nuovo prospetto, venne inoltre
realizzato ispirandosi a tradizionali forme abruzzesi, come
si legge da uno stralcio di una lettera dell'arch. Palladini
del 22 Novembre 1953.
Le sale furono inoltre arricchite con alcuni preziosi arredi
databili tra il XVII e il XIX secolo e di una rara
collezione di stampe e acquerelli del primo '800,
riproducenti paesaggi e costumi regionali.
La "Galleria" fu inaugurata nell'agosto del 1957,
raccogliendo immediatamente gli entusiastici consensi di una
folta schiera di appassionati e di studiosi, documentati da
una considerevole rassegna stampa. La collezione offre
difatti la possibilità di verificare l'evoluzione storico
stilistica delle botteghe castellane, animate da illustri
dinastie di artisti e maestri ceramisti, e degli altri
centri di produzione da essi derivati o influenzati, dai
primi anni del XVI secolo, periodo in cui matura un
linguaggio pittorico che inizia ad affrancarsi dai modelli
faentini, fino all'affermarsi, tra i secoli XVII e XVIII,
della vigorosa vena illustrativa storico naturalistica di
gusto barocco. Si annoverano inoltre in essa, rari esemplari
di oggetti di stile compendiario, quali lo scrittoio da
viaggio e gli albarelli da farmacia, ed un insieme di
maioliche fini ad uso di porcellana di spiccato gusto
rocaille.
Particolarmente degni di nota sono inoltre: i grandi piatti
istoriati di Francesco Grue, un mattone maiolicato della
bottega di Bernamonte Pompei, un grande rinfrescatoio
istoriato con lumeggiature in oro di Carlo Antonio Grue (?)
ed altri importanti opere del figlio Francesco Antonio
Saverio Grue, nonché le mattonelle dell'altro maestro,
appartenente ad un altro ramo parallelo della famiglia,
Francesco Saverio Grue di Giovanni.
Altre opere, di non minore prestigio, illustrano anche
l'attività della bottega dei Gentili e di altri maestri meno
noti come Gesualdo Fuina e alcuni componenti della famiglia
Cappelletti, che operarono tra il Settecento e l'Ottocento.
Una particolare sezione infine, si occupa di documentare
l'attività di maestri come il Terchi o il Coccorese,
operanti in diverse località italiane, ma non esenti
dall'influenza della maniera castellana.
L'assenza di collaborazione da parte delle istituzioni
pubbliche durante la fase di allestimento e dopo l'apertura,
non scalfiscono i propositi del barone Acerbo che, aiutato
dalla moglie donna Giuseppina e dal direttore del museo
Luigi Carlo Tereo, cura personalmente gli appuntamenti e
quindi le visite all'esposizione senza mancare
contemporaneamente d'intrattenere importanti relazioni
culturali e di amicizia con alcuni dei maggiori cultori
della maiolica abruzzese.
Tra gli studiosi-amici ricordiamo: Gian Carlo Polidori, il
quale gli dedicò anche una delle sue prime pubblicazioni, e
Aleardo Rubini con cui aveva stabilito un cordiale rapporto.
A seguito della scomparsa del Barone, avvenuta a Roma il 9
Gennaio 1969, gli eredi avvocato Alfredo Persiani Acerbo,
vice direttore generale della Banca d'Italia, e sua moglie,
la dottoressa Annamaria Panier Bagat, dirigente d'azienda,
si sono fatti carico della gestione privata del Museo
continuando a garantire gratuitamente le visite e
affrontando le onerose spese riguardanti gli impianti di
sicurezza e di mantenimento delle strutture, oltre che del
patrimonio ceramico.
Nel 1993, inoltre, è stato pubblicato un importante catalogo
curato dalla dottoressa Luciana Arbace, edito a Ferrara, e
intitolato "Maioliche di Castelli - La raccolta Acerbo".
Le visite alla Galleria sono continuate (anche se con più
cautela dopo un tentativo di furto) su richiesta di cultori
qualificati con l'intervento dei proprietari con modesta
funzione di guide/ospite fino alla data dell'acquisizione
voluta dalle istituzioni locali che, in seguito, si sono
impegnate a garantirne una continua fruizione e
valorizzazione. Nel 1978 la collezione è oggetto di una
schedatura voluta dal Ministero dei Beni Culturali, che fu
curata da Luigi Carlo Tereo e con il passare degli anni
diviene sempre più difficile poterla visitare, tanto da
portare le istituzioni locali ad intervenire con
l'acquisizione della stessa ripristinando così una corretta
fruizione e valorizzazione. Il 19 Febbraio 2000, dopo una
cerimonia di inaugurazione, il Museo Acerbo ha riaperto
stabilmente le proprie porte a tutti coloro che sono
interessati alle antiche maioliche o hanno il desiderio di
avvicinarvisi per meglio apprezzarle e comprenderle.
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Palazzo
Chiola(ex castello comitale) |
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Le prime notizie storiche riguardanti il Castello risalgono
al IX sec., tuttavia è ipotizzabile che già in precedenza
esistesse un incastellamento, eretto a scopi difensivi del
piccolo abitato originario. Nell’XI sec. Loreto fu elevata a
Contea dai Normanni e, per circa sette secoli di vita
feudale, si alterneranno nel castello numerosi conti. Il
primo Tassone Normanno, vissuto nell’ XI sec., figura di
spicco nella storia del paese. Alla fine del XIII sec. si
interrompe la discendenza normanna con il passaggio del
contado nel dominio degli Angioini. Nel 1330, il castello fu
dimora dei conti d’Aquino – una delle casate più importanti
del Regno – seguiti dai d’Avalos, dai d’Afflitto, fino ad
arrivare alla fine del Settecento con i Caracciolo di
Melissano, con cui si chiude la lunga serie dei conti a
Loreto. Nel 1806, con l’occupazione francese, il Castello è
teatro dei moti rivoluzionari; l’evento è narrato nelle
“Mémoires” d’Hauteroche. L’edificio che oggi possiamo
ammirare, è la sommatoria di tutte le manipolazioni
architettoniche subite in base alle vicende storiche e alle
famiglie che lo hanno occupato. All’impianto icnografico
originario (risulta ci fosse un torrione) furono apportate
numerose modifiche: alla metà dell’800 il Castello, divenuto
ormai un rudere, venne acquistato dai Chiola (famiglia
originaria di Ofena, L’Aquila) e, su disegno
dell’architetto-ingegnere Francesco Valentini, trasformato
in dimora signorile con annesso frantoio.
La facciata sulla via del Baio viene ripensata come elemento
di riferimento e di maggior prestigio dell’edificio: il
portale che si apre, dopo un breve tratto, sul cortile
interno è realizzato in stile neoclassico, coronato da un
balconcino con balaustra su mensoline. Le finestre del
prospetto sono incorniciate da elementi lapidei che
conferiscono nell’insieme un aspetto gentilizio. Oggi, il
palazzo, dopo un intervento di recupero edilizio e modifica
funzionale (arch. G. Pardi), è sede del Relais et Chateaux
“Lauretum Hotel”. All’interno, numerosi cimeli storici, tra
cui figura l’opera pittorica realizzata da Tommaso Cascella
nel salone di rappresentanza del palazzo.

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