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 Gita organizzata dalla ASSO-Onlus

Domenica 27 agosto 2006
 


 
Loreto Aprutino (Pe) Panorama

 


Dopo la Gita effettuata domenica 6 agosto con visita al paese di Pescosansonesco ed al Santuario del Beato Nunzio Sulprizio e, dopo il pranzo,

al Santuario del Volto Santo a Manoppello (purtroppo la macchina fotografica ci ha "tradito" e abbiamo perso tutte le foto scattate),


domenica 27
agosto (con una macchina fotografica digitale, degna di tale nome) abbiamo organizzato una gita a Loreto Aprutino.

Prima alla Chiesa di S. Maria in Piano poi al Museo delle Ceramiche ed al Castello Chiola.
Dopo il pranzo (ben accolti ed "accuditi" dal personale del Ristorante "La Bilancia") il maltempo ci ha impedito di proseguire per le previste visite a Penne ed al Lago di Penne ed attigua riserva naturale.



Ecco
la fotocronaca dell'avvenimento.

 


 



Ore 09.00: la partenza



A bordo
 



A bordo 2
 


 


Arrivo alla Chiesa
di Santa Maria in Piano
Loreto Aprutino


 
Chiesa S. Maria in Piano
Gruppo prima tappa

 

Chiesa S. Maria in Piano


 


 

 
 
Castello Gizzi Loreto Aprutino
Gruppo seconda tappa
 


 

Il momento
enogastronomico

 

 
 
A tavola 2

 


 


 
Alcuni dei "gitanti" 1
 
Rosa, Maria e Dora


 
Alcuni dei "gitanti" 2
Dine

 


 
Alcuni dei "gitanti" 3

Francesco
(in piedi) e Natale
 

 

 

 


Abbazia di Santa Maria in Piano (monumento nazionale)
 

Costruita sulla sommità della collina in posizione opposta al Castello, secondo alcuni nello stesso sito in cui anticamente si ergeva un tempio pagano dedicato ad Apollo. Al dio era sacro l’alloro e i suoi luoghi di culto erano circondati da boschetti di quella pianta; questa ipotesi non è ancora stata adeguatamente documentata e la toponomastica locale (Salita Montelauro) suggerisce spunti per ulteriori studi.
La prima notizia di cui disponiamo è un documento risalente al 1066 e parla di una donazione di Tasso Normanno alla chiesa di S. Giovenale, che era una grangia annessa a San Pietro. Con l’ampliamento dei suoi possessi territoriali, la chiesa eleva la sua condizione a badia nullius, caratteristica che consentiva una posizione giuridica distinta rispetto alle curie episcopali, sottoposta alla diretta protezione della Santa Sede.
La struttura architettonica si articola in un insieme di elementi sovrapposti in epoche differenti: il disegno attuale della chiesa risale ad un intervento avvenuto nel XVI sec. È di questo periodo la costruzione del loggiato anteposto alla facciata originaria, caratterizzato da due belle trifore sorrette da sottili colonne sormontate da capitelli a fogliame ricurvo. Cinquecenteschi anche i due portali, voluti dall’abate Giovanni Battista Umbriani: il portale d’ingresso alla chiesa presenta una cornice di inquadramento ripiegata in basso, con lesene ai lati scolpite a candeliere e terminanti con il simbolo dell’Universitas Laureti (la vasca con le colombe e il ramoscello di ulivo). Il fregio intagliato ospita al centro lo stemma dell’abate Umbriani, al di sopra della cornice il coronamento è formato da un archivolto semicircolare con all’interno lo stemma dei Borboni. Interessante anche il portale che dava accesso alla parte inferiore della chiesa (lungo Salita S. Pietro), che, oltre a presentare elementi costruttivi di buona fattura scultorea (colonna scanalata, capitelli e archivolto), reca nella base delle colonne due iscrizioni che attestano la datazione dell’intervento al 1534.


La chiesa di S. Maria in Piano, già isolata dal nucleo medievale di Loreto Aprutino come tanti esempi di chiese romaniche disseminate sul territorio abruzzese, ora aggrappa a sé la nuova espansione urbana. Si ipotizza che sia stata costruita sul sito dove era eretto un tempio pagano, dedicato alla Pia Jana le cui origini risalirebbero al tempo dei latini colonizzatori.

Con frequenza si riscontra che le chiese venivano fondate sul luogo di preesistenti templi romani, sia per la possibilità di recupero di materiali da costruzione, sia per rendere simbolicamente visibile il sopravvento del mondo cristiano su quello pagano. Conferma tale tesi il rinvenimento (sotto il pavimento della chiesa) di una necropoli con tombe ricche di corredo funerario del IV sec.d.C., datazione attribuita in seguito alla presenza di alcune monete di epoca costantiniana. Le prime notizie certe sono presenti in un documento di donazione (datato 962) della chiesa di Santa Maria in Piano all’abbazia benedettina di San Bartolomeo.

Nel 1186, l’edificio subì un incendio: un secolo dopo, grazie anche al contributo del popolo, venne ricostruito interamente; a quell’epoca risale la profonda aula gotica, divisa in campate mediante arconi trasversali a sesto acuto derivanti, per tipologia, dallo stile delle chiese borgognone, mediato attraverso la Toscana e l’Umbria: la realizzazione è attribuibile a maestranze provenienti da S. Clemente a Casauria.
La copertura a capriate a vista reggenti pianelle è decorata con motivi geometrici; la pavimentazione è in cotto. Nel 1558 l’abate Giovanni Battista Umbriani, patrizio di Capua, fece restaurare la chiesa e sostuì l’abside semicircolare con l’attuale forma ottagonale, culminante con un lucernario cieco. Alla facciata originale antepose un portico rialzato con quattro archi sul fronte e rispettive edicole con fastigia orizzontali.

Il portale di ingresso è a sesto acuto riccamente decorato con motivi floreali; nella lunetta, l’affresco raffigurante la Pietà. Ai lati, su colonne a spina concluse da architrave, sono evidenti gli stemmi dell’abate Umbriani e del comune di Loreto. Per garantire il deflusso dei fedeli sul lato destro della chiesa, l’abate fece aprire un nuovo portale realizzato in laterizio e, negli stessi anni (1560), portò a termine il campanile: alla base quadrata medievale fu aggiunto un elemento ottagonale chiuso da una cuspide; l’opera sarebbe da attribuire a maestri lombardi (o di Atri).
Bellissime le bacinelle smaltate e le finiture delle colonnine pensili, allungate fino a formare un loggiato cieco.

 

All’interno della chiesa, pareti affrescate ricoprivano gran parte delle superfici murarie. Oggi restano solo gli affreschi della campata del lato destro, diversi per mano, stile e tecnica, databili dal XIV al XVI sec. Le scene pittoriche illustrano racconti devozionali di santi e apostoli: la quinta campata è dedicata a San Tommaso d’Aquino.

L’importanza della chiesa di Santa Maria in Piano è dovuta principalmente al dipinto della controfacciata, ritenuta per le dimensioni, una delle più grandi d’Abruzzo. Eseguita con la tecnica ad encausto (colori sciolti nella cera e riscaldati al momento di dipingere) tratta il tema del Giudizio Particolare: visione dell’oltretomba che Alberico da Settefrati (XII sec.) ebbe all’età di sette anni prima di indossare il saio e che l’ignoto mastro dipinse dalla traduzione della Visio Frate Alberici, conservata nel codice 239 nell’abbazia di Montecassino.
Originariamente l’affresco occupava tutta la parete, le scene si sviluppano seguendo tre livelli distinti: sulla parte superiore, in un fondo azzurro intenso che rappresenta il settimo cielo sta la Deesis circondato da un volo di angeli; racchiusa in un iride elittica bianca, rossa e verde troneggia maestoso il Cristo Giudice.

In quello centrale è rappresentata l’Etimasia, sotto la grande croce figurano, sull’altare del sacrificio, tutti gli strumenti della Passione del Signore, in adorazione San Domenico, San Franceso, Sant’Agostino. Scendendo ancora, le scene dell’inferno, di cui restano deboli tracce, un leone e il demone: mentre la parte superiore del Limbo è andata persa a causa dell’inserimento nel XVII sec. della cantoria. La composizione dell’encausto si conclude con la rappresentazione della prova del Ponte del Capello: posto sopra il fiume di pece bollente, il ponte viene attraversato dalle anime ignude, coloro che superano la prova vengono accolte da un angelo svolazzante che le indirizza a San Michele Arcangelo che le soppesa (Psicostasia).

Il motivo del “Ponte della Prova” è comune alle “Visioni” sia orientali che occidentali, ma la sua rappresentazione in Loreto è pressocchè unica.
 


Museo Ceramiche Acerbo

http://h1.ath.cx/muvi/museoacerbo

 

Di recente acquisizione da parte della Regione Abruzzo è la Collezione Acerbo di antiche ceramiche, composta di circa 600 pezzi, opera delle più importanti famiglie artistiche di Castelli e di maestri di altre provenienze tra ’500 e ’800. Il pezzo più antico è rappresentato da un mattone proveniente dal soffitto rinascimentale della chiesa di San Donato a Castelli, raffigurante un busto di donna di stile faentino.

Collocato in un punto particolarmente suggestivo dell'antico centro di Loreto Aprutino (Pescara), all'ombra di architetture rinascimentali e dell'antico palazzo Acerbo, il Museo fin dal 1957 (primo anno di inaugurazione) si afferma come uno dei più completi ed interessanti

esempi di collezione atto a documentare la produzione regionale di maioliche compiuta tra i secoli XVI e XIX. Nel 1978 la collezione è oggetto di una schedatura voluta dal Ministero dei Beni Culturali, che fu curata da Luigi Carlo Tereo e con il passare degli anni diviene sempre più difficile poterla visitare, tanto da portare le istituzioni locali ad intervenire con l'acquisizione della stessa ripristinando così una corretta fruizione e valorizzazione. Il 19 Febbraio 2000, dopo una cerimonia di inaugurazione, il Museo Acerbo ha riaperto stabilmente le proprie porte a tutti coloro che sono interessati alle antiche maioliche o hanno il desiderio di avvicinarvisi per meglio apprezzarle e comprenderle.

E' il profondo interesse verso le memorie patrie e per le antiche maioliche castellane che ha indirizzato il barone Giacomo Acerbo dell'Aterno ad assemblare, con gusto ed infaticabili ricerche, la sua mirabile collezione, di circa 600 pezzi (vasi, fiasche, albarelli, piatti, mattonelle, statuine ecc.), che ancora oggi si offre agli sguardi estasiati di studiosi e visitatori provenienti da ogni parte del mondo.
Nato a Loreto il 25 Luglio 1888 da Olinto e donna Mariannina, discendente da un'antica famiglia nobile abruzzese, il giovane barone non tarda a distinguersi per le sue attività sociali e culturali, che lo portarono a ricoprire importanti e prestigiose cariche in ambito politico, accademico e sportivo. Agli inizi degli anni trenta accresce una già iniziata raccolta familiare di antiche maioliche abruzzesi, incrementandola in seguito tra il 1936 ed il 1938, con l'acquisizione di tre altre storiche raccolte appartenute alle famiglie Aliprandi de Sterlich di Penne, Quartapelle di Teramo e Bonanni di Ortona. Ulteriori prestigiose acquisizioni pervennero da altre importanti collezioni come la Philipson-Rothschild di Firenze e la raccolta Manieri dell'Aquila.

Diverse opere gli furono donate sporadicamente nel corso degli anni da alcuni suoi amici. Ricordiamo, tra questi, la contessa Pecori Giraldi che gli donò una piccola coppetta raffigurante L'Immacolata, ed il suo amico Cesidio Guazzaroni che acquistò per lui sul mercato antiquario moscovita una mattonella raffigurante la caccia all'orso; e l'abate Augusto Nicodemi che gli donò un mattone maiolicato cinquecentesco proveniente dalla cona di S. Donato a Castelli.
Vista l'importanza acquisita nel tempo dalla collezione, nel 1942 venne redatto un primo catalogo per la distribuzione in biblioteche e musei, e sottoposta alla notifica. A quel tempo la stessa era conservata nella villa di famiglia a Caprara (Pe) che venne occupata e depredata dagli eserciti stranieri durante gli ultimi turbinosi anni della guerra.
Fortunatamente il proprietario pochi mesi prima si preoccupò di imballarla e di nasconderla sottoterra, ma queste misure non furono sufficienti a preservarla da furti e saccheggi perpetrati persino dagli abitanti del posto. Alla fine degli eventi bellici attente ricerche svolte in Italia ed all'estero in collaborazione con l'Interpool permisero il parziale ritrovamento dei pezzi sottratti. Nei primi anni cinquanta si decise di trasferire la raccolta a Loreto Aprutino, in una dipendenza del palazzo di famiglia ristrutturata appositamente per accoglierla. I lavori seguiti personalmente dallo stesso barone e dalla moglie donna Giuseppina, vennero affidati all'architetto ingegnere Leonardo Palladini che si occupò della sistemazione delle maioliche nelle sale. Inoltre, avvalendosi dell’aiuto di abili maestranze, riuscì a dare al complesso architettonico una connotazione stilistica che ben si inserisce nel contesto architettonico storicizzato che la circonda. Da alcuni documenti conservati nell'archivio di casa Acerbo, si evince che particolari attenzioni, vennero riservate in questa fase di allestimento del museo a riguardo della scelta dei materiali sia per gli interni che per gli esterni. Il pavimento in cotto con inserti di mattonelle in maiolica, ispirate alle decorazioni del chiostro di S Chiara a Napoli, venne realizzato da maestranze napoletane, ed il "portoncino" in rovere nel disegno del nuovo prospetto, venne inoltre realizzato ispirandosi a tradizionali forme abruzzesi, come si legge da uno stralcio di una lettera dell'arch. Palladini del 22 Novembre 1953.
Le sale furono inoltre arricchite con alcuni preziosi arredi databili tra il XVII e il XIX secolo e di una rara collezione di stampe e acquerelli del primo '800, riproducenti paesaggi e costumi regionali.

La "Galleria" fu inaugurata nell'agosto del 1957, raccogliendo immediatamente gli entusiastici consensi di una folta schiera di appassionati e di studiosi, documentati da una considerevole rassegna stampa. La collezione offre difatti la possibilità di verificare l'evoluzione storico stilistica delle botteghe castellane, animate da illustri dinastie di artisti e maestri ceramisti, e degli altri centri di produzione da essi derivati o influenzati, dai primi anni del XVI secolo, periodo in cui matura un linguaggio pittorico che inizia ad affrancarsi dai modelli faentini, fino all'affermarsi, tra i secoli XVII e XVIII, della vigorosa vena illustrativa storico naturalistica di gusto barocco. Si annoverano inoltre in essa, rari esemplari di oggetti di stile compendiario, quali lo scrittoio da viaggio e gli albarelli da farmacia, ed un insieme di maioliche fini ad uso di porcellana di spiccato gusto rocaille.
Particolarmente degni di nota sono inoltre: i grandi piatti istoriati di Francesco Grue, un mattone maiolicato della bottega di Bernamonte Pompei, un grande rinfrescatoio istoriato con lumeggiature in oro di Carlo Antonio Grue (?) ed altri importanti opere del figlio Francesco Antonio Saverio Grue, nonché le mattonelle dell'altro maestro, appartenente ad un altro ramo parallelo della famiglia, Francesco Saverio Grue di Giovanni.
Altre opere, di non minore prestigio, illustrano anche l'attività della bottega dei Gentili e di altri maestri meno noti come Gesualdo Fuina e alcuni componenti della famiglia Cappelletti, che operarono tra il Settecento e l'Ottocento. Una particolare sezione infine, si occupa di documentare l'attività di maestri come il Terchi o il Coccorese, operanti in diverse località italiane, ma non esenti dall'influenza della maniera castellana.
L'assenza di collaborazione da parte delle istituzioni pubbliche durante la fase di allestimento e dopo l'apertura, non scalfiscono i propositi del barone Acerbo che, aiutato dalla moglie donna Giuseppina e dal direttore del museo Luigi Carlo Tereo, cura personalmente gli appuntamenti e quindi le visite all'esposizione senza mancare contemporaneamente d'intrattenere importanti relazioni culturali e di amicizia con alcuni dei maggiori cultori della maiolica abruzzese.
Tra gli studiosi-amici ricordiamo: Gian Carlo Polidori, il quale gli dedicò anche una delle sue prime pubblicazioni, e Aleardo Rubini con cui aveva stabilito un cordiale rapporto.
A seguito della scomparsa del Barone, avvenuta a Roma il 9 Gennaio 1969, gli eredi avvocato Alfredo Persiani Acerbo, vice direttore generale della Banca d'Italia, e sua moglie, la dottoressa Annamaria Panier Bagat, dirigente d'azienda, si sono fatti carico della gestione privata del Museo continuando a garantire gratuitamente le visite e affrontando le onerose spese riguardanti gli impianti di sicurezza e di mantenimento delle strutture, oltre che del patrimonio ceramico.
Nel 1993, inoltre, è stato pubblicato un importante catalogo curato dalla dottoressa Luciana Arbace, edito a Ferrara, e intitolato "Maioliche di Castelli - La raccolta Acerbo".

Le visite alla Galleria sono continuate (anche se con più cautela dopo un tentativo di furto) su richiesta di cultori qualificati con l'intervento dei proprietari con modesta funzione di guide/ospite fino alla data dell'acquisizione voluta dalle istituzioni locali che, in seguito, si sono impegnate a garantirne una continua fruizione e valorizzazione. Nel 1978 la collezione è oggetto di una schedatura voluta dal Ministero dei Beni Culturali, che fu curata da Luigi Carlo Tereo e con il passare degli anni diviene sempre più difficile poterla visitare, tanto da portare le istituzioni locali ad intervenire con l'acquisizione della stessa ripristinando così una corretta fruizione e valorizzazione. Il 19 Febbraio 2000, dopo una cerimonia di inaugurazione, il Museo Acerbo ha riaperto stabilmente le proprie porte a tutti coloro che sono interessati alle antiche maioliche o hanno il desiderio di avvicinarvisi per meglio apprezzarle e comprenderle.

 


Palazzo Chiola(ex castello comitale)

 


Le prime notizie storiche riguardanti il Castello risalgono al IX sec., tuttavia è ipotizzabile che già in precedenza esistesse un incastellamento, eretto a scopi difensivi del piccolo abitato originario. Nell’XI sec. Loreto fu elevata a Contea dai Normanni e, per circa sette secoli di vita feudale, si alterneranno nel castello numerosi conti. Il primo Tassone Normanno, vissuto nell’ XI sec., figura di spicco nella storia del paese. Alla fine del XIII sec. si interrompe la discendenza normanna con il passaggio del contado nel dominio degli Angioini. Nel 1330, il castello fu dimora dei conti d’Aquino – una delle casate più importanti del Regno – seguiti dai d’Avalos, dai d’Afflitto, fino ad arrivare alla fine del Settecento con i Caracciolo di Melissano, con cui si chiude la lunga serie dei conti a Loreto. Nel 1806, con l’occupazione francese, il Castello è teatro dei moti rivoluzionari; l’evento è narrato nelle “Mémoires” d’Hauteroche. L’edificio che oggi possiamo ammirare, è la sommatoria di tutte le manipolazioni architettoniche subite in base alle vicende storiche e alle famiglie che lo hanno occupato. All’impianto icnografico originario (risulta ci fosse un torrione) furono apportate numerose modifiche: alla metà dell’800 il Castello, divenuto ormai un rudere, venne acquistato dai Chiola (famiglia originaria di Ofena, L’Aquila) e, su disegno dell’architetto-ingegnere Francesco Valentini, trasformato in dimora signorile con annesso frantoio.
La facciata sulla via del Baio viene ripensata come elemento di riferimento e di maggior prestigio dell’edificio: il portale che si apre, dopo un breve tratto, sul cortile interno è realizzato in stile neoclassico, coronato da un balconcino con balaustra su mensoline. Le finestre del prospetto sono incorniciate da elementi lapidei che conferiscono nell’insieme un aspetto gentilizio. Oggi, il palazzo, dopo un intervento di recupero edilizio e modifica funzionale (arch. G. Pardi), è sede del Relais et Chateaux “Lauretum Hotel”. All’interno, numerosi cimeli storici, tra cui figura l’opera pittorica realizzata da Tommaso Cascella nel salone di rappresentanza del palazzo.

 

 

 

Assistenza – Telesoccorso - Telemedicina

 


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( 085 6 18 99 - Fax 085 4516025


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